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Intervista | Osvaldo Supino: “Andrei ad Eurovision e di corsa”

Da qualche settimana è disponibile su tutte le piattaforme digitali “Lights Down Low”, il nuovo singolo di Osvaldo Supino. Abbiamo raggiunto il cantante qualche giorno fa per parlare della sua carriera, delle canzoni in lingua inglese, della comunità LGBTIQ+ e di un suo interesse per Eurovision.

E abbiamo scoperto molte cose interessanti.


L’intervista 💬

I MÃ¥neskin in una recente intervista hanno detto che sono quasi stati “costretti” dalla loro casa discografica a cantare in italiano. Il tuo repertorio è quasi interamente in inglese. Hai subito le stesse pressioni?

Nella prima fase della mia carriera, quando ero sotto contratto con una grossa casa discografica, questa cosa effettivamente si è verificata. Quando firmi con una major tu sai che diventerai qualcuno, ma per me non è successo. Mi tenevano sotto contratto e di fatto non mi facevano lavorare. Mi dicevano che dovevo cantare in italiano, che non potevo ballare, che la mia immagine dovesse essere “pulita” e mi hanno riempito di mille fisse su come le mie canzoni dovessero essere. Ad esempio, insistevano sul fatto che “l’inciso dovesse essere aperto”.

Ci ho messo poi tanto tempo a trovare una mia strada, una mia identità. La scelta di cantare in inglese è stata d’istinto, una scelta di cuore. Non l’ho fatto per ripicca, ma davvero perché era figo per me. Del resto sono cresciuto ascoltando Michael Jackson, Britney, Justin Timberlake, Lady Gaga.

Quando decido di cantare in italiano, in inglese o in spagnolo lo faccio perché mi piace. Però mi rendo anche conto che con i social se non veicoli un messaggio in italiano fai più fatica ad arrivare. E con grande sorpresa anche con i più giovani.

Inglese e spagnolo però mi hanno aperto tante porte e dato tante possibilità all’estero. E per loro io sono e rimango italiano. Anzi, quando ho provato a neutralizzare il mio accento mi hanno guardato storto. In fondo per loro è bello sentire l’accento italiano soprattuto con queste sonorità. Loro sono abituati a Laura Pausini o Tiziano Ferro che rispetto a me fanno qualcosa di più facilmente identificabile come italiano.

Ma quindi le case discografiche italiane ancora sono fossilizzate su questo cliché della melodia italiana?

Io credo davvero che le case discografiche dovrebbero trovare una soluzione, e lo dico da indipendente. Un po’ questa situazione se la sono cercata diciamo nel 2005-2006 con l’arrivo della musica digitale. Loro vedono che una cosa funziona e lo fanno fare a tutti. Vedono che funziona il trap e tutti fanno trap. Me lo hanno chiesto anche pochi giorni fa “ma tu trap proprio niente?” ma perché dovrei farlo.

Il pop dance in Italia non ha molto spazio. Ed in realtà non lo ha mai avuto tanto.

Ma come ti spieghi questo fenomeno? È colpa di talent come Amici o di Sanremo che hanno spinto su generi precisi e di fatto screditato il pop?

Guarda non lo so con precisione. Però quando Paola e Chiara hanno annunciato la fine del loro sodalizio mi sono fatto molte domande. Loro erano già a parecchi album di inediti ed ogni volta dovevano giustificare quello che stavano facendo, quasi a dover chiedere il permesso alla casa discografica di incidere nuove canzoni. Ad un certo punto molli la spugna perché davvero diventa frustrante.

Tra l’altro poi io ho notato sempre tanto rispetto nel promuovere il mio lavoro in America Latina, dove davvero apprezzano quello che faccio senza nemmeno sapere da dove arrivo. Ogni volta che mi presento in Italia invece la prima cosa che mi chiedono è se abbia fatto Amici o X Factor. Ma santo cielo è necessario arrivare da un talent?

Ma parliamo di Eurovision. In questo nostro pazzo ambiente la musica pop funziona benissimo e alcune canzoni (Fuego, ndr) hanno avuto un successo europeo incredibile, eppure le radio italiane le hanno fatte floppare. Ma davvero noi italiani ci crediamo superiori?

Un fondo di verità c’è. L’atteggiamento di superiorità esiste. Noi pensiamo davvero che la nostra storia, la pizza ed il mandolino bastino come garanzia di qualità. Ma difficilmente siamo disposti a metterci in gioco facendo e promuovendo cose “diverse”.

Le porte davvero uno deve abbatterle sempre qui da noi. Perché andando all’estero tutta questa resistenza al pop in italiano o comunque fatto da un italiano non esiste. Ed è per quello che mi piace lavorare all’estero, mi dà la carica.

Potresti quindi assecondare una casa discografica per arrivare ad un successo di vendite?

Una cosa che ho imparato è che se una canzone non mi rispecchia come testo o come genere non la voglio cantare, anche se la casa discografica mi assicura il primo posto in classifica. La musica per me è veramente importante, io devo crederci per essere credibile.

E mi viene da ridere a pensare che se in Italia curi la tua immagine, fai pop, balli, dai attenzione al video e magari ci metti due botti non risulti credibile. Ma se stai fermo sul palco con una maglietta nera allora sì.

Qui però torniamo ai MÃ¥neskin. Loro invece hanno vinto con i fuochi d’artificio!

E mi auguro davvero che questa vittoria italiana possa cambiare tante cose. Ci hanno fatto vedere che si può essere credibili proprio avendo una immagine ben definita ed investendo su una performance ben studiata.

Cosa ti è piaciuto di più dell’Eurovision di quest’anno?

Trovare una canzone preferita è sempre difficile. Però direi che quest’anno mi è arrivata ancora più forte questa queer vibe. Forse perché non c’è stato Eurovision l’anno scorso o forse perché sono mancati i Pride. Davvero questo feeling di accettazione che è bellissimo.

Ma quindi a te piacerebbe partecipare ad Eurovision?

Porca vacca maledetta! (ride, ndr) Penso che non dovrei mangiare per mesi per essere calmo ed affrontare un palco del genere, ma certo che mi piacerebbe andarci.

Da casa vedo tutto perfetto, tutti i partecipanti davvero bravi bravi bravi.

Visto che il processo di selezione italiano è ben chiaro ed implica Sanremo, parteciperesti per San Marino?

Come si fa? Dimmelo e mi candido subito. (ride, ndr) Ci andrei di corsa, subito. Proprio perché ho capito che per l’Italia non c’è storia.

Ma quindi tu non parteciperesti mai a Sanremo?

E invece…ci ho provato 3 volte. La prima volta venni scartato, per quello che ho capito, perché la mia canzone (scritta con Tony Maiello) era troppo “moderna”.

Poi ci avevo riprovato con Amati. E ci rimasi molto male perché vidi la lista dei 60 pre-finalisti e ascoltai le varie proposte. Vidi davvero delle cose molto discutibili.


Sanremo è uno spettacolo molto statico, non ci sono studi dello staging. In Italia questo avviene quasi esclusivamente ad X Factor. Tu però fai dei video molto studiati, ci si riesce a farli in Italia senza tanti problemi ?

Beh si, è faticoso. Poi io l’idea del video l’ho già mentre scrivo o produco il pezzo, quindi so esattamente come e cosa realizzare.

Certo come indipendente hai un budget limitato. Non è che sei Beyoncé e puoi fare la cascata di diamanti. Però ci puoi riuscire comunque.

Ma parliamo di Lights Down Low. Com’è nato questo brano?

Nei tanti viaggi e concerti che ho fatto negli ultimi anni ho raccolto sempre tante idee e scritto mentre ero in aereo o treno. Ovviamente nell’ultimo anno ho dovuto cambiare approccio. Nel primo lockdown non sono minimamente riuscito a scrivere, non avevo ispirazioni. L’estate scorsa è scattato qualcosa e ho avuto la scintilla giusta.

La canzone è nata in un modo e l’arrangiamento ha fatto tanti giri. Rispetto alla prima versione si sono aggiunti questi archi che a me fanno impazzire.

Il messaggio invece è molto chiaro anche se è un mondo che non stiamo più vivendo. Parlo di un approccio in discoteca, con le luci che si abbassano e ci si lascia andare totalmente.

Dobbiamo aspettarci altri singoli ed un album con queste sonorità?

Non necessariamente. A me piace sperimentare e fare cose diverse. I miei album sono sempre molto coerenti anche se spaziano in generi diversi. Non mi piace auto-catalogarmi.

Nelle scorse settimane sei apparso nella campagna di Spotify “Claim your space” e ti sei esibito tante volte nei Pride in giro per Italia ed Europa. Essere un artista out ha condizionato la tua carriera?

Il coming out “artistico” l’ho fatto principalmente per una responsabilità che sento. Il mio coming out personale è stato davvero difficile perché non avevo modelli non sapevo a chi guardare. E quindi l’essere me stesso nel mondo della musica ha un impatto sulla vita degli altri.

Tanti mi hanno ringraziato con messaggi perché gli ho dato la forza di fare coming out. E questo per me è la dimostrazione che ho fatto la cosa giusta. Io mi posso guardare allo specchio ed essere soddisfatto di me stesso.

Parliamo del Red Carpet di Venezia. Hai avuto il coraggio di osare molto, cosa che fortunatamente sempre più artisti italiani hanno. Impressione mia o è tornata nel mondo della musica la voglia di collaborare con la moda?

Io nel mio piccolo l’ho sempre fatto perché mio fratello è designer e quindi l’ho sempre coinvolto nei miei progetti. Poi ecco a Venezia ho fatto davvero delle cose un po’ da incosciente. Io una gonna l’avevo già vestita in uno dei miei video, ma sul red carpet di Venezia mi sono anche spinto un po’ più in la.

Non ho pensato “oddio un uomo con la gonna”, ho fatto davvero una cosa che mi piaceva senza calcolare i commenti della stampa. Anche perché i fotografi ed io non ci siamo resi conto finché non è arrivata una folata di vento e la gonna si è aperta.

Se poi questo look ha portato un cambiamento sono contento, ma davvero l’ho fatto perché mi piaceva.


Ringraziamo Osvaldo. E chissà lo vedremo alla selezione sammarinese per Eurovision 2022.

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